Trieste
Già con uno spasmo di sproloquio.
Le facce lontane, le fontane che perdono pressione. I sedili comodi del guscio elettromagnetico che scorre nella bruma artificiale, e squarcia queste sinapsi tra una zona e l’altra della città. Ripongo la mia tessera numero 217801 nel taschino della giacca, inclinando il bavero che profuma di distanze e di letti ancor tiepidi. Le due Lune sono ancora rosa, all’orizzonte. Ma finirà.
Presto una voce apparirà davanti ai miei occhi, e sarà il momento di scendere.
[Non è che sia proprio una buona cosa, essere sarcastici e superbi e saccenti. O è un facile e maledetto perbenismo di facciata.
Io sono cattivo! A volte.
A volte fiero di esserlo. A volte fingo di esserlo. E l’essere stinge come una maglietta arancio con i boxer bianchi in lavatrice. E’ una sfumatura. Non è che uno strappo al proprio personaggio, si suppone che il karma sia senza prelavaggio. E tanto basta.]




